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Ripresa fragile, la Fed rinvia

September 28, 2015

 

Janet Yellen non scioglie i dubbi e lascia i tassi invariati: nel giorno più atteso del 2015 della finanza mondiale la presidente della Fed prende ancora tempo. Troppo vulnerabile la ripresa mondiale,  troppe incertezze sul gigante cinese che minano la forza ritrovata dell'economia d'oltreoceano. 'Fed ostaggio dei mercati' obiettano gli oltranzisti del rigore monetario.

 

Economisti e analisti restano divisi: fino ad agosto l'82% interpellati da Wsj prevedeva un aumento del costo del denaro e dunque la fine della politica tassi zero,  iniziata nel dicembre 2008 dopo il crac Leheman Brothers conseguenza della crisi subprime. Ma ad agosto la Banca centrale cinese ha svalutato lo Yuan, fatto che non venne interpretato come rappresaglia al rinvio del fmi di inserire la valuta cinese come riserva mondiale, ma come sintomo di un forte rallentamento, se non peggio, dell'economia cinese, la seconda del mondo con i suoi 10 miliardi di dollari di Pil. Da lì l'allarme, la volatilità e la caduta di una decina di punti di quasi tutti i mercati finanziari: ieri la percentuale di economisti che prevedevano lo status quo e il rinvio dell'incremento era quasi raddoppiato, 45 su 80 per Reuters.  

 

Due gli schieramenti teorici: il primo, guidato da Larry summers, ex segretario al tesoro con Clinton e preside ad Harvard, giudica il rialzo dei tassi come una mina per il raggiungimento della piena occupazione e il consolidamento della crescita. Con rendimenti più alti, mantenere denaro liquido invece di investirlo diventa più vantaggioso con contraccolpi evidenti sullo sviluppo della Main street, l'economia reale. Inoltre i tassi in rialzo rafforzerebbero il dollaro, rendendo meno competitive le aziende stelle e strisce. Infine con un petrolio che potrebbe restare a prezzi molto bassi (secondo Goldman Sachs anche a 20 dollari il barile) l'inflazione si manterrebbe molto al di sotto del2% giudicato ottimale.

Lo stesso Fondo monetario internazionale perorava tassi invariati, per evitare che il dollaro più forte drenasse investimenti oggi indirizzati ai mercati emergenti. Con la conseguenza di aumentare le difficoltà degli ex Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e della stessa  Europa, forte nell'azione della Banca centrale europea ma inconcludente nella politica economica dell'Unione.

 

D'altra parte l'aumento del costo del denaro viene considerato come segnale concreto del buon stato di salute della locomotiva Usa. Ed è antidoto contro gli squilibri globali, contro la formazione della madre di tutte le bolle come teme il finanziere-filosofo- guru George Soros, che di mercati se ne intende. La Banca centrale tedesca tifa per il rialzo, per mostrare alle Borse che sta finendo la manna del denaro a costo zero.  Difficile prevedere gli umori dei mercati dopo la scelta di ieri sera: Wall Street sembra non prenderla bene. E qualcuno sta mettendo nel mirino la stessa Yellen, inizia ad imputarle un deficit di chiarezza nelle strategie della più potente banca centrale del mondo: l'incertezza è il fattore più temuto dai mercati e la scelta di ieri non serve a tranquillizzarli. 
 

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