© 2023 by mario fornasari. Proudly created with Wix.com

February 6, 2017

October 6, 2016

Please reload

Recent Posts

Notre Dame non è a Venezia

November 18, 2019

1/10
Please reload

Featured Posts

Oro nero e incubi finanziari

September 13, 2014

 

Edimburgo - Spezzata a metà, come l'indole del paese: 51% per l’indipendenza, il resto con il governo di Londra. Con una rimonta degna del vecchio e celebre Celtic Glasgow, la Scozia dei nazionalisti  accarezza di nuovo il sogno secolare di staccarsi dall'Inghilterra e fiuta l'affare da oltre mille miliardi di sterline: è quello del petrolio racchiuso nei fondali del Mare del Nord, l'oro nero degli highlander, il tesoro che porterebbe 500 sterline l’anno di maggiori guadagni per ciascuno dei 4 milioni e duecentomila elettori, sedicenni compresi, che si preparano a votare il referendum per l'indipendenza, giovedì prossimo. È attorno ai mille rivoli del tesoro degli abissi che si combatte nei aspetti  più materiali la sfida dell’orgoglio nazionalista e della resistenza filo-inglese.

 

Ma l’antica Caledonia uscita dai sondaggi mostra  un risultato schizofrenico e molti nodi da sciogliere, riflette l'anima ancestrale del Nord contrapposta a quella del Sud arricchito dalla rivoluzione industriale e decaduto nel secondo dopoguerra, puntualizza  l'intenzione nazionalista di Glasgow e le promesse di stabilità della elitaria Edimburgo: proprio il degrado della capitale industriale rischia di pesare come un macigno  sul consenso dei “Better together”, i “sempre uniti” favorevoli allo status quo col Regno Unito. Glasgow ha mortalità molto superiore a quella delle altre città scozzesi, soffre la cattiva qualità droga, l'alcol, la povertà: da regina incontrastata dell’industria è finita Cenerentola degli standard esistenziali. La volontà di riscatto è palpabile quanto il desiderio di cambiamento, l'indipendenza è vista come la lampada di Aladino.

 

La grande speranza è dunque adagiata sotto le acque profonde del Mare del Nord e sullo sfruttamento energetico delle grandi pale eoliche, di correnti e maree. Certo, la Scozia non è paese povero con gli oltre 36 mila dollari pro-capite all’anno (più dell’Italia): l’industria del whisky è una macchina di ricchezza con le distillerie (più di cento, soprattutto nel nord) che producono un miliardo di bottiglie l'anno ed un export da quattro miliardi di sterline. Le istituzioni finanziarie (celebre il fondo delle vedove scozzesi o quello di Aberdeen) racimolano più di 500 miliardi di risparmi e il turismo è consolidato fra golf, splendori naturali e dimore storiche. Com'è rinomato il business delle lane di tweedshetlandcashmere.

 

L’ambizione indipendentista ha la sua città emblema in Aberdeen, capitale europea del petrolio  portatrice dell’ambizione di un nuovo modello di sviluppo basato sull’energia, tradizionale o rinnovabile: in quarant’anni, dopo la scoperta dell’oro nero, la città ha moltiplicato i suoi abitanti (220 mila) e il suo reddito (più che doppio rispetto alla media nazionale per i dipendenti delle compagnie petrolifere) grazie ai 40 miliardi di barili estratti. Non solo: per “pescare” petrolio a tre chilometri e 600 metri di profondità servono tecnologie robotiche avanzatissime e personale superspecializzato (e superpagato). Così Aberdeen da città di pesca della splendida (nonostante i pozzi e le centrali) costa orientale è diventata icona scottish, passe-partout per trasformare la nazione degli eroi highlander  in una nuova Norvegia, appoggiata sui 100 miliardi d’investimenti petroliferi nel Mare del Nord e sui millecinquecento miliardi di sterline di greggio ancora da estrarre.

 

 Londra è preoccupata, il "panic tartan" generato sul mercato finanziario della City dall'ultimo sondaggio ha fatto rotolare giù la sterlina. Ed è un segnale. Lo stesso Fondo monetario internazionale si mostra perplesso: "Se la Scozia sarà indipendente, non solo Londra ma tutta l’Europa avrà un contraccolpo negativo e bisognerà vedere su quali basi la nuova leadership scioglierà il nodo della moneta e del commercio».

 

Neanche Edimburgo però può dormire sonni tranquilli, con il pericolo che la marea indipendentista sbatta sugli scogli dell'economia e della politica: il primo rebus si chiama sterlina, che gli scozzesi vorrebbero mantenere per “affetto e per convenienza”, visto che il riconoscimento nell’Europa della neo-nazione indipendente potrebbe portare con sé euro e Merkel, amabilmente non proprio desiderati. Deciderà in primo luogo Londra, ma da tempo gli avvertimenti erano chiari: “Niente Regno Unito, addio sterlina”. Senza Bank of England anche il sistema finanziario rischierebbe  di indebolirsi: la crisi del 2008 portò Royal Bank of Scotland a perdite pluri-miliardarie e alla nazionalizzazione, difficilmente digeribile da uno Stato meno robusto. Proprio Rbs ha manifestato la possibilitá di trasferire la sua sede a Londra, in caso di vittoria dei sì: un bel guaio, assieme a una ipotetica fuga di capitali che sarebbe già in atto. E ancora Londra potrebbe ritirare investimenti strategici in strutture militari a Glasgow, dove arrivano le commesse dell'esercito di Sua maestà, e negli stessi campi petroliferi. Ma la fede nel futuro è scritta su un volantino nazionalista che circola nel nord del paese: “Spesso la storia percorre vie tortuose per svelare il suo disegno - si legge - ma vorremmo che i nostri figli potessero vivere, tra un paio di decenni, negli Stati Uniti d'Europa. Con la Scozia indipendente tra i paesi federati".

Please reload

Follow Us