• mariofornasari

Edimburgo, la notte più lunga


Edimburgo - L'indipendence day della Scozia corre sul baratro, con attimi di panico e momenti di euforia. Porta con sè rebus politici, fibrillazioni economiche, orgoglio antico, ondate di birra e whisky che hanno travolto i pub della capitale Edimburgo, aperti tutta la notte in attesa della sentenza delle urne. Ancora nel pomeriggio di ieri l'incertezza faceva da padrona nel referendum sull'indipendenza: "No, non riesco a decidermi" ammette Kilyanne, impiegata quarantenne appena uscita dal lavoro, a un passo dalla centralissima George Street. "Ora entro al seggio e spero nell'ispirazione. Il cuore dice yes".

Da almeno una settimana i segnali di una rimonta nazionalista avevano rovesciato le previsioni che avevano illuso i contrari alla secessione e il premier inglese David Cameron. La stessa capitale, colta e raffinata, era parsa sorpresa dall'invasione del ruspante popolo indipendentista che si svelava nelle sue piazze giorno dopo giorno, all'avvicinarsi dell'appuntamento: banchetti lungo le strade, attivisti tra la gente, cortei che violavano il Royal Mile, la centralissima strada patrimonio dell'umanità per l'Unesco, e manifestazioni colorate di bianco e blu davanti al parlamento scozzese, giudicato il più moderno e innovativo d'Europa per la struttura e la efficienza energetica. Tra cori alcolici e fischi. Tamburi, trombe e cornamuse rock. Comizi improvvisati, improbabili highlander, bimbi avvolti nelle bandiere. Fra turisti curiosi e signore del tea all'inglese indispettite da tanto furore nazionalista.

"Il giorno del destino" titolava ieri a tutta pagina lo Scotsman, giornale della capitale. E così, sofferto e imprevedibile, il voto per il divorzio tra Edimburgo e Londra ha inchiodato al televisore l'intero paese fino a stamattina, dentro e fuori dai pub. " Senti, qual è il senso dell'avere due parlamenti, basta quello scozzese" azzarda Gerard, un ragazzone alticcio dagli occhi blu velati dai boccali di birra. La sua personale guerra d'indipendenza sembra già vinta, il voto gli pare scontato e non lo toccano le delicate trattative con le quali i due Stati ex uniti, se vinceranno i sì, dovranno sciogliere i molti nodi della secessione, nei prossimi due anni. Oppure, in caso di successo dei no, il travagliato avvio delle riforme promesse alla vigilia del voto.

" Yes, Yes, Yes, basta con l'Inghilterra delle tasse, padrona a casa nostra" urla Michael assieme a un folkloristico gruppetto di nazionalisti, tra le vie della città nuova." La nostra terra è ricca, da soli vivremo in modo più dignitoso e migliore" è la loro speranza.

Non sarà così semplice, in ogni caso: le principali case d'affari preconizzano tempi duri per l'economia Made in Scotland, se prevalessero i secessionisti. Le banche minacciano di trasferire le loro sedi nella capitale inglese. Rbs, la principale, venne salvata dalla Banca centrale inglese dopo la crisi del 2008 e tuttora è nazionalizzata. Il petrolio, millecinquecento miliardi di sterline nei giacimenti dei fondali del Mare del Nord, scottish al 91 per cento, potrebbe bruciare risorse nel cambiamento dei contratti di estrazione. Nemmeno il celebre whisky avrà vita facile se il suo export perderà la protezione dai dazi garantita dalla forza della Gran Bretagna. Altra grana la valuta, visto che il governatore Carney ha già escluso la sterlina possa restare in una Scozia divisa da Londra.

"Ho votato no, credo nell'indipendenza della Scozia ma all'interno del Regno Unito" si scalda Sophie, sotto il cielo plumbeo della capitale. "La secessione sarebbe una vera follia". Eppure c'è dell'altro. La sensazione che filtra dagli sguardi e dalle parole degli indipendentisti è che il confronto si sia caricato di significati diversi, da quello politico di scontro tra laburisti scozzesi e conservatori inglesi, all'ambizione di una maggiore giustizia sociale e alla richiesta di più equa democrazia economica. Non solo: una parte degli scozzesi si sente discriminatae sottovalutata da Londra, con ferite nella dignità che sembrano pesare più delle tasse di Westminster e del petrolio sottratto.

Nelle strade di Edimburgo rimbombano anche slogan del secolo scorso, riesumati dal '68 francese. E dentro i cortei si sono ritrovati indipendentisti baschi, catalani, belgi, bretoni, del Quebec. Non potevano mancare i secessionisti del tricolore: " La Scozia non è Inghilterra, la Sardegna non è Italia" si leggeva ieri mattina in uno striscione portato da un manipolo di sardi nel cuore della storica capitale. Era solo l'inizio del giorno più lungo e travagliato della Scozia degli ultimi decenni, 307 anni dopo la firma del trattato dell'Unione che portò alla riunificazione con il regno di Inghilterra.

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